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Lo sport, si sa, mira al
raggiungimento di un risultato, che ovviamente è in relazione
competitiva con quello raggiunto dai nostri avversari. In genere questo
risultato è conseguito a tutti i costi, ed è seguito da un
riconoscimento sportivo (la medaglia, la coppa, l'attestato), mentre nel
caso di una disciplina per così dire "educativa", come nel
caso di una Via Marziale che, attenzione, si rifaccia ad una scuola
tradizionale e non agonistica, il discorso è diverso, perchè l'aspetto
sportivo è sì incluso all'interno del sistema, ma non rappresenta
certo il sistema intero. In questo caso la gara, la competizione,
diventa un modo per affinare e verificare le proprie capacità tecniche
e soprattutto il proprio stato mentale, l'attenzione, la concentrazione,
l'essere tutto lì. |
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Non è la Via regia al podio, non significa
primeggiare, non significa elevarsi sugli altri nè compiacere genitori
invedenti o vivere attraverso lo stereotipo del campione che grazie a
televisioni, riviste e quant'altro sta
letteralmente intasando la nostra società.
E a parte la gara, che sarà
fatta se la persona la vorrà fare, quindi, senza alcuna imposizione nè
reale nè di fatto, la pratica di
per sé sarà un mezzo educativo, che tenderà cioè a educere, condurre
fuori dall'allievo le sue qualità più preziose.
Ma cosa sono queste qualità
che scaturiscono praticando una Via?
Analizziamo un momento il
concetto di Do. Il Do giapponese è appunto sinonimo di Tao cinese. Cito
Jung, da " Il segreto del fiore d'oro, un libro di vita
cinese":
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"Il più sottile
segreto del Tao sono l'essere e la vita".
E' caratteristico dello
spirito occidentale non possedere nessun concetto corrispondente a
quello di Tao. L'ideogramma cinese è composto dai segni
"Testa" e "Andare". Wilhelm traduce Tao con
"Senso",o anche con "Via, altri traducono con "Providence",e
perfino, come fanno i Gesuiti, con "Dio".
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Questo ci dà già
un'idea della nostra confusione. La "testa" potrebbe alludere
alla coscienza (la testa è anche la sede della luce celeste),
"l'andare" al "percorrere una via", e il concetto
significherebbe quindi "andare consapevolmente", o "via
cosciente". Con ciò concorda il fatto che come sinonimo di Tao si
impiega la "luce del cielo", che "dimora tra gli
occhi" come "cuore celeste". L' essere
e la vita sono contenuti nella luce del cielo, e Liu Hua Yang li
considera i segreti più importanti del Tao. Ora, la luce è
l'equivalente simbolico della coscienza, e la natura della coscienza
viene espressa da analogie con la luce.
....."a questo
scopo è necessario operare un "riscaldamento", ovvero un
ampliamento della coscienza, affinchè la dimora dell'essere spirituale
ne venga illuminata. Non solo la coscienza deve essere ampliata, ma
anche la vita va resa più intensa. Dalla combinazione di entrambe nasce
"la vita cosciente".
...."se
consideriamo il Tao come un metodo o una via consapevole, che
deve riunire ciò che era diviso, ci avviciniamo probabilmente
al contenuto psicologico del concetto. Ad ogni modo, con
separazione tra coscienza e vita non si può intendere
null'altro che deviazione o sradicamento della coscienza. Non
c'è dubbio neppure che la presa di coscienza dell'opposto,
ossia il processo del "rovesciamento", significhi un
ricongiungimento con le leggi inconsce della vita e che questo
ricongiungimento miri al conseguimento di una vita consapevole,
o per dirlo in termini cinesi, alla realizzazione del Tao".
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| Rieccoci a noi. |
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Con ciò sono voluta andare
all'origine di questo concetto, di questo Do che forma la parola Ju-do,
perchè ritengo di dover essere chiara sul fatto che le Vie Marziali non
sono degli sport (o perlomeno non solo quello), e che non seguono i
canoni dello sport.
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Nel 1996 pensai appunto di
poter utilizzare il Judo in comunità, visto che gli utenti seguivano già
un programma educativo preciso nel quale mi sarei potuta inserire.
Ovviamente, per quanto mi riguarda, questo programma deve esistere, deve
essere alla base del quotidiano di un tossicodipendente in recupero. Ho
ricevuto nel tempo anche altri inviti ad operare per esempio con persone
del Sert, ma per il momento non ho accettato, poichè ritengo che la
pratica della Arti Marziali possa essere di complemento al programma
terapeutico, non certo sostituirlo o giocare da sola in un contesto così
problematico.
Ecco perchè, secondo la
mia opinione la comunità andava benissimo. Il mio contributo non poteva
che andare a rafforzare i principi ed i concetti che erano alla base del
precetto educativo e terapeutico della Comunità stessa.
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La novità, il contributo
che un'insegnante di Judo può apportare in un caso del genere, è che
il Judo si presenta esteriormente, d'impatto in forma di esercizio
fisico, che ti obbliga quindi a capire fisicamente un certo tipo di
movimento, ed anche il principio che
sottende ad esso. Pena, il farsi male, il fare male a chi pratica
con noi, eccetera eccetera. Questa disciplina ti insegna a cadere, a
proiettare un compagno, a controllare i tuoi movimenti e quelli
dell'altro, ad eseguire le tecniche secondo "il miglior impiego
dell'energia" che è uno dei principi del Judo, attraverso
"amicizia e mutuo benessere" che è l'altro principio. Questi
2 principi possono essere invertiti, e il risultato che ne consegue è
lo stesso. L'energia deve essere controllata, e non estrinsecata
casualmente e sbadatamente, deve essere adattata alla persona che si ha
davanti, poichè il mezzo per esperire questa pratica è la giustezza
energetica, la giusta forza, quindi se è giusta deve avere essa stessa
le caratteristiche del Ju, flessibile, adattabile, deve quindi
poter cambiare a seconda del tipo di esercizio e del tipo di
compagno che ho davanti, quindi deve scaturire in qualcosa di armonico,
cioè che non sopraffà, cioè che non è nemmeno insufficiente. Non si
deve essere nè rozzi, nè però paternalistici, l'idea è di porsi col
nostro compagno nella totale disponibilità, per crescere, ed aiutare
anche l'altro a crescere.
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Inoltre,il fatto che venga
simulata una lotta, riporta l'allievo a riflessi atavici, fa riscattare
l'istinto di sopravvivenza, in un certo senso la paura, l'amor proprio,
l'ego, e con queste cose, fondamentali per la vita, o attenzione, con la
mancanza di ciò, l'allievo dovrà confrontarsi, esercitandosi per
contro nell'autocontrollo, nel rispetto, nell'espressione dell'energia,
nell'autoaffermazione, nella decisione, nell'armonia, nell'attenzione
verso se stesso e verso gli altri. |
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Nelle Arti marziali il
principio yin yang è regio; infatti, non esiste un ruolo che sia solo
attivo, come non ne esiste uno che sia solamente passivo. Entrambi
questi aspetti si intrecciano e si completano armoniosamente,
integrandosi l'uno nell'altro, operando come dire... un travaso, un
riequilibrio, andando ad accrescere quello che manca, ed a sedare quello
che è in più; tutto ciò ha chiaramente un riscontro nell'allievo,
accrescendolo in disponibilità, risorse e capacità umane. Il filo
sottile che separa noi dagli altri, il nostro spazio da quello altrui,
il fare per noi o il fare per gli altri, diverrà una capacità, una
abilità, una sensibilità in più nel nostro mondo, nel prendere le
nostre decisioni, nel fare luce nelle nostre valutazioni.
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E' innegabile che pratiche
di questo genere richiedano tempo, dedizione, pazienza, i risultati non
sono così immediati, ma è pur vero che fornire anche solo un assaggio
di ciò può significare gettare un seme importante nella vita di chi vi
partecipa.
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2 anni fa ci fu poi un
cambiamento nel programma che svolgevo in comunità, e la pratica del
Judo fu sostituita con quella del Kenjutsu, l'Arte della spada. Questo
cambiamento avvenne, devo dire, per ragioni di ordine meramente pratico,
quali ad esempio che non avevo più a disposizione i compagni che mi
avevano aiutavano fino a qualche anno prima, ed anche per il fatto che
il Judo, con le cadute, le tecniche di lancio eccetera, si dimostrava
tecnicamente troppo complesso e fisicamente duro, e richiedeva molto più
tempo affinchè le basi fossero apprese, tempo che, nel caso della
comunità scarseggia sempre, visto che gli utenti che lavorano con me lo
fanno per 8 o 9 mesi al massimo. Comunque, anche se, come dicevo, questo
cambiamento da Judo a Kenjutsu fu causato da ragioni sostanzialmente
organizzative, si è comunque rivelato positivo e per niente degradante.
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Devo dire infatti che il
Kenjutsu è fortemente intriso di saggezza e spiritualità, e, per
tradizione, non ha chiaramente, essendo un'arte antica, alcuna
contaminazione con la mentalità sportiva, che, per quanto sana e
pulita, avrà sempre come referente un punteggio, un arbitraggio, un
ottenimento di un risultato sportivo. Basti pensare che il fondatore
dello stile che pratico io, il Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu (la
tradizione marziale più antica), era un monaco, o per meglio dire entrò
nell'ordine buddhista, ritirandosi dalla vita pubblica, per non servire
lo shogunato del tempo, coinvolto evidentemente in molti illeciti. |
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Questo maestro, il cui nome era Izasa
Ienao, vissuto a cavallo fra il
1300 e il 1400, continuò comunque nello studio di quest'arte presso i
Santuari Shintoisti di Kashima e Katori, portando la dottrina ad un alto
livello intellettuale e spirituale, influenzando tanti famosi
schermidori quali per esempio Tsukahara Bokuden,
forse il filosofo più profondo ed introspettivo, famoso per aver
dato vita ad uno stile chiamato Mutekatsu ryu, l'arte di combattere
senza mani. Questo stile, era in effetti frutto di una profonda ricerca
spirituale che Bokuden aveva fatto, per cui alla fine la spada perde
completamente il suo carattere offensivo per andare semmai a recidere e
colpire il proprio ego, il proprio attaccamento. Tale concetto è
tipicamente Zen, ma è alla base di qualsiasi tipo di religiosità, di
spiritualità.
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Milarepa vagò per anni nelle montagne, e il suo maestro Marpa
gli faceva costruire torri che poi avrebbe dovuto distruggere, Francesco
abbandonò la sua famiglia per andare a servire i poveri, i Monaci
Tibetani impiegano mesi a costruire un Mandala che poi finirà
immediatamente nel corso d'acqua più vicino, ovunque ci sono esempi che
riportano all'abbattimento dell'ego. In Giappone avevano la spada, che
rappresentava, per chi conosce un po' la storia del Giappone, e cioè un
susseguirsi estenuante di guerre nelle guerre, rappresentava appunto il
mezzogiorno e la mezzanotte per quel popolo di Samurai, rappresentava la
possibilità di vivere e di morire, la possibilità di lavorare, la
possibilità di avere un riconoscimento sociale, di prestigio, da fama,
e che finì ovviamente per essere anche un mezzo dello spirito.
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In Giappone le Arti Marziali sono sempre state legate sia al
potere (vedi lo shogunato) che alla spiritualità, e spesso, per molti
degli spadaccini più illuminati, questo ha rappresentato il dover
operare una scelta, una scelta tra il perseguire i principi etici
scaturiti da precetti religiosi ma anche da questa pratica, o perseguire
il potere, l'asservire ad un padrone, ad una casta. In effetti, si sa,
la crescita spirituale, l'espansione di coscienza, la consapevolezza
sono il generale inversamente proporzionali all'accrescimento del
proprio potere personale, che in genere è a scapito di altri. La
rinuncia, l'ascesi, riguarda questo, il cercare un riconoscimento,
un'identità in se stessi, attraverso princìpi che non possono essere
che pacifici, etici, e questo prima o poi non può che cozzare con un
atteggiamento rivolto all'avere, piuttosto che all'essere, per dirla con
Fromm.
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Il periodo che va dall'
VIII alla fine del XVI secolo d.c., fu dominato da continue guerre
interne che fornirono al bushi (il guerriero) l'opportunità di elevare
il bujutsu all'apice della perfezione tecnica, e fu proprio in
quest'epoca che questi guerrieri fondarono i vari Ryu, le tradizioni
marziali, in cui i valori etici del guerriero, la lealtà, il coraggio,
il trascendere la vita e la morte vennero idealizzati e trasmessi alle
generazioni a venire.
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Ci fu poi un periodo,
successivo a questo, il periodo Edo(1603-1868), in cui il Giappone
affrontò 2 secoli di pace forzata, una pace in qualche modo imposta dal
bakufu Tokugawa, dove l'ardire guerriero venne dapprima soppresso, poi
scoraggiato, poi, visto che comunque non poteva essere represso, venne
direzionato ed incanalato a fini educativi, artistici ed estetici, fino
ad assurgere al ruolo di codice morale, anche attraverso le famose
"norme per i clan guerrieri," , il "Buke Sho- Hatto ad
opera di un monaco Zen, rivisitato varie volte in quell'epoca.
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Come dire... era diventato
chiaro a tutti che, a seconda di come un comportamento marziale veniva
concepito, poteva esprimere violenza o compiutezza, gentilezza o
rozzezza, consapevolezza o ignoranza, conformismo o autorevolezza. Era
chiaro già da svariati secoli, ma il concetto riaffiorò ulteriormente
nella coscienza del popolo giapponese attraverso una discussione tra
tendenze filosofiche diverse, sebbene tutte di stampo cinese,
neoconfuciane e confuciane. |
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La prima, quella di cui si serviva
maggiormente lo shogun, che prevedeva l'obbligo per l'individuo di
ottemperare alla devozione filiale,alle relazioni sociali,e ai doveri
del suddito nei confronti del sovrano, la seconda, che reagiva a questa,
che promulgava piuttosto insegnamenti di stampo individuale fondato sul
senso morale e sull'intuizione, piuttosto che sull'intelletto, come la
prima. Promuoveva altresì l'universalità dell'amore, la dedizione allo
sforzo fisico sistematico, attraverso il quale l'uomo può avere il
controllo della propria mente, e unico mezzo per raggiungere una
comprensione di sé altrimenti inaccessibile, in quanto la mente, la
conoscenza e l'azione erano viste come legate,
inscindibili e non prescindibili.
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Questa concezione
confuciana di unire conoscenza e azione, era molto vicina alla dottrina
Zen, prediletta dai guerrieri, e tutto il pensiero cinese influenzò
fortemente il popolo giapponese, sia nel modo di governare che nel modo
di concepire la realtà.
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In Cina, come in Giappone, specialmente nei secoli che
precedettero la nascita di Lao Tsè e Confucio (si parla del VI secolo
A.C.) , le guerre, guerriglie, lotte tra famiglie erano all'ordine del
giorno, e questa situazione, che si protrasse per lungo tempo, portò la
popolazione allo sfascio, a causa di violenza, povertà, malattie e
tensioni sociali enormi. Il tentativo del Taoismo, ad opera di Lao tsè,
e del Confucianesimo, ad opera di Confucio, fu quello di restituire alla
Cina ed al suo popolo dignità,rettitudine,
felicità e compiutezza, che mentre Confucio affermava essere nello Jen,
cioè nell'umanità di cui ogni persona è piena,sostenendo quindi un
pensiero di tipo umanistico, Lao tsè affermava che potesse scaturire
nel seguire il Tao, conformandosi cioè alle leggi della natura, agendo
cioè il meno possibile, e lasciando che le cose seguano il proprio
corso. Questi due sistemi filosofici arricchirono
di molto la civiltà cinese, che ebbe la caratteristica di avere
proprio sempre dei filosofi nei posti governativi, i quali avevano il
compito di promuovere il senso di giustizia e di favorire dunque
l'equanimità e il benessere.
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Certo, ci furono strumentalizzazioni, certo che la filosofia,
essendo filosofia di stato era soggetta ad essere schematizzata, resa
pratica ed anche rivisitata ed interpretata ( tant'è che fu il
Confucianesimo a prevalere sul Taoismo, essendo più pratico e
direttivo),non c'è mai purezza o completa continuità tra teoria ed
applicazione, quello su cui voglio porre l'accento è che nel pensiero
orientale, da millenni esiste una disamina sulla retta azione,
sull'educazione alla retta azione, sul fatto che l'operare di ciascuno
influenza il mondo circostante, e sul tentativo di sistematizzare, di
rendere metodo la ricerca del benessere personale, che non deve essere
distinto dal benessere di tutti. In qualche modo, al contrario della
nostra civiltà cristiana, il centro di tutte le cose rimaneva sempre
l'uomo, l'uomo che aveva lo Jen in sè, l'umanità (Confucio, Mencio),
l'uomo che non aveva in sè l'umanità ma che poteva guadagnarsela con
azioni correte ed onorevoli( Hsun Tzu), l'uomo che doveva seguire la
legge della natura (Lao Tsè), il Tao, l'uomo che aveva in sè il
principio, il Tao, e che, a causa della sua natura secondaria,
materiale, doveva stare attento a come estrinsecarlo, poichè in questo
stava il rischio di perdersi (Chu Hsi), l'uomo con tutte le sue
gerarchie per cui la Via per la felicità inizia da bambini, attraverso
giusti rapporti filiali, per poi continuare con giusti rapporti nella
società, per dare vita a giuste strutture e giusti governanti, processo
che si basa sul principio dell'educazione (Confucio), l'uomo di Wang
Yang-ming, che è quello che fa, più che quello che pensa, anche l'uomo
metafisico del buddhismo ( metafisico a confronto della più pragmatica
filosofia cinese), che attraverso la retta condotta volta
all'eliminazione dei desideri doveva comunque far conto su di sè, senza
delegare la possibilità di realizzarsi a qualcosa di esterno a lui.
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Con queste premesse, con il
fatto che l'azione non è mai slegata da un senso più alto, più
autorevole, significativo, per arrivare al concetto Zen, dove un'azione
è il concentrato, l'unione di corpo, mente e cuore (vedi appunto le Vie
marziali, tra cui la spada e il tiro con l'arco, la cerimonia del tè) ,
con queste premesse appunto di sviluppano le Arti Marziali, e poi le Vie
Marziali, proprio come discipline spirituali.
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Il contenuto spirituale
delle Vie Marziali passa per una precisa disciplina educativa, che è
data dall'allenamento e la pratica (faccio un distinguo che poi spiegherò).
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Nell'antico Bujutsu,
appunto Arte Marziale, era di fondamentale importanza la relazione che
si instaurava tra maestro e allievo. Il processo di apprendimento
passava per quattro stadi: il primo era il Gyo, uno stadio in cui
l'allievo, totalmente ignorante dal punto di vista tecnico, si cimentava
con grande fatica e determinazione, conscio di dover superare,
attraverso "lacrime e sudore e sangue" un momento di completa
frustrazione dell'ego, incapace di procacciarsi alcun tipo di
gratificazione. Era un atto di fiducia quello che l'allievo mostrava nei
confronti del maestro, che lo guidava con poche parole, un po' di
simbolismo e poca semplificazione. L'allievo in questa fase ripeteva,
ripeteva e ripeteva quello che il maestro faceva, smussando pian piano
la sua goffaggine tecnica, entrando molto a fatica in un'altra fase,
successiva a questa, chiamata Shugyo, o "livello di preparazione
austera". Questo era un livello di approfondimento tecnico, che,
siccome richiedeva impegno e dedizione costante nell'allenamento,
cominciava a configurarsi come via, Do, come disciplina con la quale si
accede ad un livello superiore. |
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Attraverso le più ampie difficoltà che
il Maestro si premurava di mettergli davanti, l'allievo si trovava a
dover risolvere intuitivamente i dilemmi tecnici che gli venivano
imposti, andando ad attingere ad energie mentali e fisiche che non
potevano essere solo schematiche o formulate in precedenza, anzi, in
questa fase la tecnica andava dimenticata, e quello che ne doveva
scaturire era l'intuizione. Ora, l'allievo cominciava a percepire un
ritmo, una bellezza nella cosa che stava facendo, ed è un
momento nel quale la dedizione e la fiducia verso il maestro
dovevano essere totali, anche perchè, parallelamente all'acquisizione
di una maggiore abilità del giovane, il maestro portava alla luce
volontariamente le ancora grandi carenze tecniche, che gli imponevano di
ricominciare e continuare nel lavoro.
A questo punto, lo studente arrivava a rendersi conto che solo
con la pratica continua e costante poteva progredire, e quindi non
poteva più tornare indietro. Era vincolato alla disciplina, se voleva
crescere. Ed ecco che entrava nella fase del Jutsu, o arte, la fase
della crescita. Qui l'adepto persisteva approfondendo la fase
precedente, aumentando ancor di più in abilità e destrezza, fino a
padroneggiare quasi totalmente la tecnica e le sue sequenze. Ed è qui
che inizia la pratica, che si distingue dall'allenamento poichè è
fatta sull'intero, non serve più a mettere insieme i pezzi ma ad
esercitarsi su qualcosa di completo, finito, compiuto. Il pericolo, o
per meglio dire la prova che scaturiva da questa fase, era la seria
possibilità che l'ego, la vanità si gonfiassero e prendessero il
sopravvento. Dopo tanta fatica e tanta frustrazione, ecco che finalmente
si godevano i frutti di ciò, ecco che scaturiva così il senso di
possesso, di potere, il potere del sapere, dell'abilità, ed ecco come
questo atteggiamento rischiasse di rallentare, se non addirittura
impedire il progresso, il momento successivo al Jutsu, la fase in cui si
raggiunge, oltre che la piena padronanza tecnica, anche il pieno
controllo di sè, la perfezione dell'io, che corrisponde al
raggiungimento della condizione dell'arte senz'arte. Si tratta appunto
dell'ultimo livello, il Do, equivalente all'illuminazione, al satori
dello Zen. |
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E' la fioritura dei tre livelli precedenti, ma non la somma,
in quanto la travagliata ed agognata perfezione tecnica non sfocia in se
stessa, ma nel raggiungimento si trasforma nuovamente e si sublima in
una spontaneità tecnica atta a rispecchiare una spontaneità e
una perfezione mentali, dove viene incarnata la verità
nell'azione, la "mente immacolata" (makoto), imperturbabile di
fronte all'esteriorità, al non essenziale, una mente senza sforzo,
senza scopo, dove la riflessione e l'intelletto lasciano il posto
all'unità tra corpo, mente e cuore. Questo stato di coscienza, che i
guerrieri raggiungevano soprattutto attraverso la pratica della
meditazione, non va confusa con l'assenza di pensieri o cose, nè con un
inebetimento intellettuale, tutt'altro, rappresenta semmai una vastità
mentale in cui pensiero ed azione sono intimamente connessi e non
interrotti. Se non fosse troppo semplice si potrebbe parlare di
semplicità, ma in effetti non è proprio così, perchè tutto ciò
scaturisce da una disciplina complessa. Le cose semplici vanno
complicate e poi restituite semplici a se stesse. La " mente
immacolata" non è tale perchè non è mai venuta a contatto con
niente, ma semmai perchè ha trasceso la contaminazione, l'ansia, il
desiderio. |
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Ora, se in epoche remote
uno stato mentale di totale attenzione, che passa per superare il
sovraffollamento dei desideri e quindi dei marasmi emotivi, poteva
significare una completa dedizione al combattimento e cioè alla
possibilità di vivere o morire in taluni frangenti (uno degli scopi
principali della meditazione era la totale, serena
accettazione della morte), in epoche di relativa pace questa
tensione all'attenzione venne sublimata al livello di qualcosa di
comunque utile, fondamentale per vivere una vita piena, retta e
illuminata.
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In comunità la pratica del
Kenjutsu chiaramente non arriva al livello di Do, anche perchè gli
incontri dovrebbero essere più frequenti, e ci dovrebbe essere una
precisa deliberazione da parte dell'allievo a praticare in modo
determinato, inoltre, per onestà intellettuale chiarisco che
raggiungere questo livello è difficile per qualsiasi praticante
(generalmente se si osserva l'ambiente delle Arti Marziali si può
constatarre che è molto facile rimanere ad una fase di
autocompiacimento sia tecnico che sociale).
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Quello che cerchiamo di
fare è portare la persona al livello jutsu, non su tutte le tecniche e
le forme di questo stile, che è molto vasto,
ma solo su qualcosa. Diciamo che ci poniamo un obiettivo minimo,
cerchiamo di dare un assaggio, di far vivere una molecola di questa
disciplina, e per fare ciò si ricorre anche alla pratica della
meditazione.
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La meditazione serve per
mettere in chiaro da subito che gli scopi della pratica di una Via
Marziale sono essenzialmente interni, interiori, qualcuno potrebbe dire
spirituali. Se l'attenzione dell'allievo è rivolta da subito dentro di
sè, evidentemente sarà pervaso più o meno consciamente dalla
sensazione che qualsiasi cosa faccia
poi nel Kenjutsu, avrà comunque una provenienza di carattere non
esclusivamente fisico. |
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Questo concetto è anche rafforzato dal fatto che
c'è anche un'attenzione alla respirazione, al Kiai, qualcosa che ha la
forma di un grido ma che sostanzialmente è una contrazione
diaframmatica e addominale, in breve una espirazione decisa che serve a
dare energia alla tecnica. Inoltre, un'altra componente importante di
questa disciplina, è Zanshin, che è uno stato mentale di attenzione
permanente, di controllo continuo, detta infatti dominio continuato o
forma del mantenimento della vigilanza, qualcosa che nell'arciere
continua ad agire anche dopo che è stata lanciata la freccia, che nello
spadaccino persiste anche dopo aver tagliato, un'energia che non si
interrompe e che controlla. Lo Zanshin in effetti è qualcosa a cui si
giunge dopo lunghi periodi di pratica, è qualcosa che un Bushi doveva
avere, pena il ritrovarsi vittima di un agguato, o sotto un fendente
nemico, quindi non è qualcosa di imitabile, c'è o non c'è. Però si
possono fare esercizi tali che lo promuovano, che lo favoriscano,
esercizi di respirazione ed attenzione insieme che portino l'allievo ad
ottenere una presenza costante in quello che fa. Tutto ciò affina e
promuove anche il senso estetico, che in Giappone è inscindibile dalla
funzione. "La bellezza è la rappresentazione plastica della
funzione" diceva Leonardo da Vinci, e qui, che si parli di Arti
Marziali, di Ikebana, di Cerimonia del Tè, è la stassa cosa. Ciò che
è bello è anche buono, ciò che è buono è anche bello. La bellezza e
la funzionalità nelle Arti Giapponesi, sono mezzi e fini.
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Come si può notare, questi
tipi di disciplina hanno anche strutturali caratteristiche meditative,
non intese però in senso statico, ma semmai in senso dinamico, che si
estrinsecano con una piena ed ininterrotta presenza fisica e mentale, e
che probabilmente (ma non è il caso ora di affrontare quest'argomento),
si estende anche oltre, a livello dell'inconscio, dell'intuizione.
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Il tipo di meditazione che
pratichiamo noi non è sempre e solo così inerente alla pratica, si
parte in genere da esercizi meditativi basilari, rilassamento, poi
concentrazione e consapevolezza. D'altra parte le cose che cerchiamo di
comunicare agli allievi sono non di rado soggette a digressioni, fanno
parte di sistemi talvolta un po' diversi, o talvolta sottostanti. Le
persone che arrivano dalla comunità devono prima di tutto ristabilire
un contatto, un'amicizia con il proprio corpo e con le proprie
potenzialità mentali. Non è sempre facile lavorare con loro, non sono
sempre relmente disponibili, a volte bisogna andare loro incontro, altre
volte devono decisamente essere loro a venire incontro a noi, diciamo
che noi si approfitta dell'atto di fiducia che hanno riposto nei
confronti della Comunità, quindi di questa loro disposizione a guarire,
e diciamo che in questo flusso si può inserire la nostra disciplina,
l'atto di rimettersi nelle mani del maestro da parte dell'allievo in
qualche modo si compie, ed anche se qualche schermidore attaccato alla
tradizione potrebbe avere qualcosa da ridire, è pur vero che, anche se
in modo non ortodosso viene comunque sfruttata ed utilizzata una
tensione a crescere e a migliorare, e comunque si va ad agire in un
contesto che è già educativo, disciplinato e soggetto a precise norme
di comportamento, cioè quelle della comunità che sono decisamente
molto più dure e mortificanti di qualsiasi disciplina marziale. |
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Detto questo, abbiamo trovato opportuno introdurre la meditazione
attraverso il rilassamento, e continuare con concentrazione (su un
concetto) e consapevolezza (assenza di un concetto), per sensibilizzare
le menti e gli animi a stati mentali diversi dalla norma. La meditazione
abbassa il livello di attivazione del sistema nervoso, per cui chi la
pratica è immesso in un flusso non più esclusivamente reattivo, di
attacco difesa, di lotta o fuga, come quello ordinario, ma lascia che i
contenuti della mente decantino, per far emergere contenuti più
profondi, e soprattutto per sperimentare la limitatezza del nostro
sistema di pensiero, nonchè le potenzialità di un sistema più ampio. |
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A lungo andare, ciò aiuta a vivere con maggiore calma e distacco quello
che ci arriva dalla vita, e a darsi il tempo di essere consapevoli dei
nostri pensieri, che usualmente arrivano in massa, disordinatamente e
senza bussare, influenzandoci quindi senza che noi ce ne accorgiamo
minimamente. Il meditatore con anche solo un po' di esperienza, non potrà
che sentirsi parte del tutto, non potrà che allargare grandemente i
propri orizzonti esistenziali, non potrà più restare nella
ristrettezza del modo ordinario di essere.
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Tornando al Ken
jutsu,
fermo restando che questa disciplina non deve e non dovrà, nè ora nè
mai, nè in questo contesto nè in un altro più normalizzato assumere
caratteristiche di violenza o di praticità nella vita, tipo autodifesa,
fermo restando questo, è una disciplina educativa, e serve ad educare
chiunque sia in possesso delle proprie facoltà mentali e la voglia
praticare.
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Parlando con i ragazzi,
abbiamo infatti riscontrato che in alcun modo percepiscono questa
disciplina come violenta o finalizzabile in senso reale... incontrano
invece una grande difficoltà dal punto di vista tecnico, si sentono
goffi ed inadatti, soprattutto nella fase iniziale, e questa, come
dicevamo, è una cosa particolarmente positiva per loro, in quanto,
oltre che fare appello alla
loro umiltà, devono anche rafforzare la loro volontà, cosa importante
per chi arriva dall'esperienza della tossicodipendenza, che è
un'esperienza depressiva ed onnipotente nello stesso tempo. Inoltre
possono sperimentare, anche se attraverso esercizi tecnicamente diversi,
quello che abbiamo detto circa il Judo, cioè rispetto dell'altro,
consapevolezza e gestione della propria energia, attenzione, qui ed ora,
amor proprio, decisione, armonia, determinazione, concentrazione, senso
estetico, ordine e quant'altro.
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Soprattutto possono
sperimentare in senso vero, pratico, qualcosa che non è nè depressivo
(occorre essere completamente in noi per accedere a queste cose), nè
onnipotente (c'è una grande attenzione a non fare nè farsi male). In
questo nutriamo anche la speranza di stare facendo qualcosa che vada ad
incentivare il loro equilibrio psicofisico, ad operare una
normalizzazione che tocchi tasti non toccabili con il gioco del calcio,
nè con la sola riflessione mentale. Anche in ciò sta la completezza di
pratiche come queste, non c'è scissione tra l'aspetto fisico e
quello mentale. Per concludere, la nostra speranza è quella di
fare e di aver fatto un buon lavoro, che deve consistere soprattutto nel
porre dei semi nella mente, nel corpo e nel cuore di questi praticanti,
semi che magari uno di questi giorni germoglieranno attraverso nuovi
spunti, e magari con un arricchimento generale ed un rafforzamento della
persona.
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