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ATTIVITA' >>> Discipline orientali |
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(Conferenza tenuta il 12 aprile 2003
presso l’Arca in occasione dell’incontro/studio sulla didattica
giovanile nelle Arti Marziali) |
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Il
gioco della complessità tra mente e corpo nelle discipline orientali ed il valore
educativo
delle
“arti marziali”.
(Dott.
Mario Santini) |
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Il
tema sul quale ci troviamo a riflettere è quello
delle caratteristiche, dei bisogni dell’età
evolutiva ed in particolare di come possiamo
educare la naturale aggressività di questa età
contemporaneamente prevenire le aberrazioni
dell’età adulta. Un ulteriore specifico nasce
dall’occasione dell’insegnare le così dette
“arti marziali orientali” a bambini ed adulti.
Le così dette discipline orientali, in
particolari quelle che riguardano l'uomo, sono
caratterizzate da un fatto, che appare essere
specifico e diverso almeno in parte da pensiero
occidentale. Si riferiscono cioè all'uomo come
"unità psicosomatica", sintesi esistenziale
nella quale mente e corpo s’integrano per
costruire un insieme funzionale in cui l'uno
influenza l'altra, il corpo è presente alla
consapevolezza mentre la mente si esprime e vive
attraverso il corpo.
Fra queste discipline, le "arti marziali",
insieme allo Yoga, fanno parte di quel pacchetto
di elementi culturali che ormai da qualche tempo
abbiamo importato dall'oriente, cercando di
adattarli alla nostra mentalità, alla nostra
filosofia di vita, facendone, però, più spesso
un consumo, un adeguamento all’ideologia
prevalente e quindi una riduzione.
Questo processo di “adattamento” è, invece, un
processo necessario per fare una reale
operazione culturale, e per evitare quelli
errori comuni nei quali si può incorrere
operando un semplice innesto di modi orientali
nella nostra accidentalità, errori che sono
sostanzialmente due, quello di inflazionarsi
credendo acriticamente di “essere orientali”, o
quello di credere di usare semplicemente
strumenti che non appartengono alla nostra
cultura, senza capirne i fondamenti originali.
In entrambe le situazioni non solo non si fa
un’operazione culturale, ma si rischia una
riduzione che ha sempre un effetto, che per le
arti marziali in particolare, può significare
anche “farsi male”, che non sarebbe una cosa che
fa stupire se non fosse “fuori contesto”.
L'adattamento a cui mi riferisco è un processo
di integrazione, e non è mai una pura
assimilazione, né tantomeno un'identificazione,
ma corrisponde ad un acquistare dei modi di
pensare che restano in ogni caso sempre parziali
e relativi in rapporto all'ideologia dominante
che ci appartiene per storia e per cultura.
È necessario che l’integrazione avvenga a
livello di modi di pensare, di modelli mentali
in un rapporto in un rapporto che sia di
complementarietà tra reciproche complessità.
È in questo processo che possiamo individuare il
valore educativo che l’insegnamento delle “arti
marziali” può avere.
Come accade sempre, nel gioco relazionale tra
sistemi complessi ed articolati, il risultato
dell'incontro di elementi diversi, non è mai la
sommatoria degli elementi, ma qualche cosa di
nuovo e di diverso, che è frutto delle capacità
"autopoietiche" del processo relazionale. Si può
affermare quindi che anche dall'innesto di
elementi della cultura orientale sulla nostra
cultura occidentale, si può avere una risultante
creativa che può generare un livello culturale
che assume caratteristiche nuove. Per ottenere
ciò è però necessario che il rapporto sia di
integrazione dialogica, complementare e giocato
tutto nell’articolarsi delle differenze che si
completano e compenetrano a vicenda.
D'altra parte un fenomeno analogo accade anche
per l'oriente, che ha acquisito ormai prodotti,
comportamenti ed idee dell'occidente, innescando
un processo non sempre culturalmente positivo, e
che si è accelerato seguendo il cammino della "globalizzazione".
Per capire nel modo migliore ciò che sta
accadendo, e per pilotare nel modo più
produttivo, creativo e conveniente questo
processo, è necessario, anche se per grandi
linee, evidenziare le caratteristiche culturali
e psicoantropologiche dell'oriente e
dell'occidente, ed analizzare come questo
incontro fra culture avvenga, e con quale
integrazione ed influenza reciproca, per
contribuire a costruire nel nostro particolare
una “globalità” che non sia “globalizzazione”.
Credo che il processo culturale che è necessario
fare, perché si abbia un'integrazione, sia
quello non solo di acquisire gli elementi di un
sistema di pensiero, quanto di riuscire a
capirne ed apprezzarne le differenze ed
originalità, entrare in contatto con queste ed
integrarle nel livello culturale a cui
apparteniamo, nella ricerca di una
complementarità creativa.
L'atteggiamento più comune è invece
caratterizzato da due modi paralleli ed opposti,
ma sostanzialmente culturalmente inefficaci.
C'è chi rimane affascinato dall'esotico e cerca
di rimarcarne tutte le differenze, solo perché
servono a rafforzare l'originalità acquisita
dalla propria personalità, arrivando spesso ad
imitare modi ed atteggiamenti che riescono però
solo a verniciare una maschera più o meno
difensiva. In questo caso l'originalità
acquisita viene non solo dichiarata come
ideologia, ma anche ostentata, e l'ostentazione
è segno di non integrazione.
C'è ancora chi usa solo i modi e le forme di
teorie orientali senza entrarne minimamente
nello spirito e nell'ideologia, ma
sostanzialmente senza comprenderne a pieno la
differenza col nostro modo di pensare e con la
nostra “ideologia”, e quindi senza subirne
modificazione alcuna.
Nel primo caso si ha un'inflazione psicologia
più o meno alienante, nel secondo caso si ha
solo un modo superficialmente diverso di fare
attività fisica, una dieta o un momento di
relax, un consumo come un altro.
Il modo più idoneo di avvicinarsi a tali
discipline e invece sostanzialmente diverso, è
necessario attivare un processo di integrazione
culturale e psicologica, partire dalla
consapevolezza della nostra accidentalità,
riuscire a viverla fino in fondo, in modo
critico, con tutte le sue contraddizioni, ma
anche con le sue virtù, per arricchirla poi di
contenuti diversi, complementari ed integranti,
costruendo una sintesi esistenziale che abbia un
carattere evolutivo.
Per aiutarci a fare ciò, per cominciare a
pensare in questo modo costruttivo, esaminiamo
brevemente, anche se nel modo più semplice e
discorsivo possibile, (e solo per quanto ci
serve in questo discorso) le reciproche
caratteristiche e differenze di base tra
pensiero occidentale e pensiero orientale,
facendo riferimento solo a parametri di tipo
psicologico.
Se assumiamo, come punto di partenza,
l'importanza dell'Io per la psicologia
individuale e del gruppo, possiamo affermare che
la psicologia occidentale si fonda sulla
centralità dell'Io, che si esprime
prevalentemente attraverso l'azione, mentre il
pensiero orientale tende ad interpretare l'io
solamente come un aspetto dell'essere e comunque
non centrale all'esistenza, quando addirittura
non costituisce un ostacolo alla salvezza ed
alla realizzazione del Sé, altro concetto questo
che assume nelle due culture significati
diversi. Mentre per l'occidente il sé è il
nucleo dell'identità personale e la sintesi,
costruita, dell'incontro tra conscio ed
inconscio, per l'oriente il sé è la parte di un
tutto cosmico che s'incarna e si limita
nell'individuo, oppure come l’Io è una “non
sostanza”, un aggregato di elementi in continua
trasformazione.
Mentre l'occidente dà valore al comportamento,
l'oriente dà più valore alla consapevolezza.
Anche l'organizzazione del tempo psicologico è
sostanzialmente diversa. L'occidente vive in un
tempo lineare, progressivo, storico e
processuale, e solo occasionalmente, o in
momenti di regressione, si ancora al presente.
L'oriente invece si sviluppa fondamentalmente in
un tempo ricorsivo e circolare, prevalentemente
non progressivo, che si fonda principalmente sul
presente o in un vissuto senza tempo, o meglio
ancora in un tempo che non ha eccessiva
importanza perché non ha dimensione.
Così ancora, per quanto riguarda la "salvezza",
mentre per l'occidente questa sta nell'apoteosi,
nella divinizzazione e sopravvivenza dell'io,
che deve essere conquistata e meritata, per
l'oriente la salvezza è legata, di solito,
all'estinzione dell'io ed all'arresto della
ricorsività del tempo. Il pensiero occidentale è
prevalentemente analitico, mentre il pensiero
orientale è prevalentemente sintetico. Alla
logica occidentale l’oriente contrappone spesso
il simbolo e la metafora, mentre diverso è il
rapporto tra congetture sulla realtà ed analisi
empirica.
Ci sono poi nel pensiero orientale in genere,
sviluppati in modo particolare nel pensiero
buddista, due concetti che credo siano di
particolare importanza. Il primo è il concetto
di Karma, o meglio detto di “ produzione
condizionata”, l’altro è il concetto di “impermanenza”.
Sono questi due termini spesso maltradotti nel
nostro pensiero occidentale, perché il Karma non
è il “destino”, ma esprime il concetto di una
catena di eventi reciprocamente determinati e l’impermanenza
porta alla consapevolezza di questo processo,
che è poi per noi occidentali la coscienza e la
responsabilità di essere partecipi attivi della
“storia”, sia personale che collettiva.
Per le discipline che riguardano l'uomo, si è
soliti definire il modo orientale come "olistico",
nel senso che interpreta l'uomo nella sua
totalità ed in armonia con l'ambiente in cui
vive. Personalmente preferisco usare la
definizione di "complesso", in accordo
all'epistemologia genetica o complessa, che
rappresenta, a mio parere, uno degli aspetti più
fecondi ed attuali del pensiero occidentale, e
che esprime anche l'articolazione dialogica dei
sistemi, coordinati nel "tutto", rappresenta
cioè un sistema di pensiero che assomiglia a
quello orientale senza perdere nulla della
cultura occidentale in cui è nato e si sviluppa.
Queste sono le differenze sostanziali che si
rifanno non solo a filosofie diverse, ma a
diverse impostazioni mentali, che affondano,
forse, le loro radici anche su una base
psicofisiologica. Il pensiero occidentale è più
digitale, definitorio, legato alla funzione
della corteccia dell'emisfero sinistro del
cervello umano, mentre il pensiero orientale
appare essere più analogico e simbolico, legato
più alla funzione corticale destra.
Anche se questa distinzione, così esposta può
apparire semplice e riduttiva, e forse
banalmente scontata, può, comunque, far ben
capire come non sia facile un rapporto non
banale tra le due mentalità, e come possa essere
facile cadere nel tentativo dell'inflazione o
della riduzione, e come l’unico modo serio ed
onesto di agire sia quello dell'integrazione
complementare.
È il momento questo di chiarire i termini di cui
parliamo, intendo per "integrazione
complementare" semplicemente il fatto di
acquisire tutto ciò che del pensiero orientale
può risultare arricchente e correttivo per la
nostra accidentalità; ad esempio la capacità
orientale di "sospendere il giudizio", le
aspettative, i ricordi, e di accettare la
pienezza del presente, costituisce
un'impostazione mentale non solo utile alla
nostra efficienza, ma spesso indispensabile al
nostro equilibrio emotivo di occidentali
inflazionati in un "io" eccessivamente invadente
e competitivo.
Solo in questa integrazione, le discipline
orientali del corpo, comprese le arti marziali,
possono assumere un'alta valenza educativa
nell'arco dell'età evolutiva ed un innegabile
processo di reintegrazione in ogni momento della
vita.
Il processo mentale di cambiamento necessario
non è facile per noi. Si tratta di arrivare a
pensare, ad esempio, che le arti marziali sono
esercizi di equilibrio, dove la competitività si
sviluppa solo tra parti di se che necessitano di
uscire dal conflitto per entrare in armonia, e
che la competitività interpersonale è, o
dovrebbe essere, solo nel mantenimento
dell'equilibrio e non nella sopraffazione, sono
concetti questi che non appartengono alla nostra
abituale impostazione di vita.
Ciò non significa, ovviamente, che il bene sta
solo da una parte e che per noi occidentali si
tratta di ritrovare, attraverso l'oriente, ciò
che di bene abbiamo perduto o non abbiamo avuto.
Il diverso modo di pensare “le arti marziali”
non significa che i modi di lotta orientali
siano più “pacifici” in senso assoluto, forse
c’è solo il fatto che, almeno nella tradizione,
la maggior parte di esse si è sviluppata per
difesa. A mio parere c’è solo il diverso modo di
agire la lotta che merita di essere capito ed
assimilato da noi occidentali, perché
culturalmente arricchente e forse anche più
“paradossalmente pacifico” .
Il rapporto tra mente è corpo è, nella sostanza,
diversamente impostato tra occidente ed oriente.
Per definire, il corpo nei due sistemi di
pensiero, ed utilizzando un modo chiaramente
europeo, userò due vocaboli della lingua tedesca
utilizzati in filosofia, per cui si può
affermare che per l'occidente il corpo è "korper"
il corpo che si ha, mentre per l'oriente è il "leib"
il corpo che si è.
Sono questi due concetti, due denominazioni per
"corpo", che esprimono invece la relazione
corpo-mente, cioè il corpo vissuto in prima
persona e nelle relazioni. È facile intuire
quindi come anche nelle relazioni corpo a corpo,
come si ha nelle arti marziali, ci sia un
sostanziale differenza se i corpi che vengono in
contatto sono Korper o Leib, se sono soggetti od
oggetti.
Ogni uomo, a qualsiasi cultura appartenga, si
trova a vivere il rapporto col proprio corpo in
modo oggettivo o soggettivo, a seconda dei
momenti e delle situazioni, del suo stato di
benessere e soddisfazione, e dalle variazioni
del tono dell'umore. L'io come punto centrale
della coscienza, nel viversi nel corpo, può
appoggiarsi più ora al corpo ed ora alla mente.
Il massimo di equilibrio si ha, ovviamente,
quando corpo e mente contribuiscono a costruire
un'identità esistenziale in un rapporto di
complementarità. È quindi intuibile come
l'equilibrio si ha quando "korper" e "leib" si
alternano all'attenzione dell'io, e come
strumenti di rappresentazione del sé.
Questo processo corrisponde a ciò che può
intendersi per integrazione complementare tra
cultura orientale ed occidente.
Prima di procedere desidero introdurre nel
discorso un ricordo personale su quanto stiamo
parlando.
Non sono né un praticante dell’arte né tantomeno
un esperto, e non posso, per questo, che
iniziare da una mia antica esperienza personale,
quantomai limitata e parziale, ma che è rimasta
viva nella mia memoria e forse anche nella mia
“formazione”.
Negli ormai lontani anni '50, insieme a tre
amici, credo di essere stato tra i primi a Prato
a praticare quella che allora iniziammo a
chiamare “lotta giapponese”.
Giovani studenti di liceo chiamammo un “maestro”
che settimanalmente veniva da Firenze, e nella
vecchia palestra dell’Etruria ci insegnava Judo.
Le nostre aspettative si rifacevano
indubbiamente al fascino dell'oriente ed alla
possibilità di acquisire segreti quasi
onnipotenti. Le prime cose che imparammo furono
che quello che il Judo non era il Ju-Jutzu, e
che prima di lottare bisognava saper cadere, e
che la lotta non era né forza, né sopraffazione.
Stupiti imparammo ancora che prima di ogni
“incontro”, fosse di allenamento o di gara,
bisognava salutare ritualmente, e che ciò
significava entrare in un rapporto di pensiero
rispettoso, ma che anche non si poteva “uscire”
da un’incontro senza salutare allo steso modo, e
prima di apprendere le prime "mosse", dovemmo
essere convinti di ciò, al punto di farne
un'abitudine. Di gare non se ne parlava, o se ne
parlava il meno possibile perché non
interessavano tanto in se, ma come riti di
passaggio, ed i colori delle cinture segnavano
le tappe di un cammino e non livelli di potere.
Per ragioni contingenti la mia esperienza durò
solo un paio di anni, ma questo è quanto
ricordo, ed è significativo, forse, che nella
mia vita, seguendo anche una mia indole ed altre
motivazioni, ho cercato sempre di saper cadere e
forse mi sono trovato anche ad insegnare agli
altri a saper cadere bene, e che il confronto è
possibile ed ha senso, solo se contenuto nella
dignità di un reciproco saluto rispettoso di
riconoscimento.
La critica più facile che si può fare oggi a
tutto ciò, è che questi sono pensieri “utopici”,
“idee datate”, “idealizzazioni di un passato", e
tutto ciò può essere anche vero, ma sta di fatto
che io lo ricordo così ed’è attraverso questi
ricordi che voglio cimentarmi nel dire qualche
cosa sulle arti marziali, che è una materia che
oggi non mi appartiene.
L’aspetto che desidero esaminare è proprio
quello di “Lotta giapponese”, definizione
vecchia e desueta che stava ad indicare due
concetti di base, che cioè si trattava di un
modo di lottare diverso dal nostro, in cui la
competizione era impostata, motivata ed espressa
in modo diverso.
I miei ricordi vanno inizialmente alla
tranquilla sicurezza di saper cadere a terra in
tutti i modi possibili, e la sicurezza si basava
non tanto dalla consapevolezza, che così mi
facevo meno male, ma dalla soddisfazione di
essere consapevole del mio corpo che si lasciava
andare a rotolare sul tappeto e finiva col
rimettersi in piedi. Più tardi questa sensazione
mi è tornata utile e viva quando mi sono trovato
a cercare di capire cosa significasse “leib”, il
corpo che si è”.
Insieme a ciò ricordo la presenza consistente
del corpo degli amici che si allenavano con me,
uno consistente e massiccio, l'altro fluido e
sfuggente e come rispondessi in modo diverso al
contatto con queste presenze corporee diverse.
In questi ricordi non c’è traccia di sforzo, né
di rabbia conflittuale, ma solo “relazione”,
fatta di contatto fisico, anche forte, ma anche
di pensiero. In certi momento c’era un “pensarsi
insieme”, un pensare insieme”, tuttuno con
l’agire che non era solo strategia di lotta, in
una dialettica nella quale l’incontro dei corpi
metteva limiti concreti alla mente che era
costretta a pensare attraverso la realtà del
corpo.
Facendo una riflessione a questo punto del
discorso mi viene da pensare che tutto ciò è
molto lontano da quello che mi sembra accada
oggi non tanto nelle arti marziali, quanto
nell’esercizio dello sport in genere.
Nonostante quello che si dice, nonostante le
dichiarazioni di intenti, e mi riferisco qui
solo allo sport non professionale, le regole
uniche più che prevalenti, sono quelle della
competitività legata solo alla prestazione ed al
risultato, e che a volte nel tentativo di
aldorcirla si corregge con un aggettivo
chiamandola “sana competitività.
L’unica competitività naturalmente motivata e
quindi "sana” che conosco, e su questo molti
sicuramente non saranno d’accordo, è quella
concretamente legata alla sopravvivenza, o
comunque a cose "serie" per la vita, e che
quindi non riguarda l’esercizio di nessuno
sport, che per essere tale deve svolgersi in un
contenitore caratterizzato dal “come se”, come
avviene nel giuoco dei bambini.
La competitività di un corridore, ad esempio,
nasce dal porsi in una situazione di pensiero
“come se” dovesse fuggire od inseguire una
preda, recupera in se forme ed energie
ancestrali che davano un significato concreto
anche all’atto aggressivo. Basta pensare ai
giochi olimpici od a quelli "misterici"
dell'antica Grecia. In questa impostazione
mentale il risultato ottenuto è una conquista
fatta su di sé, se invece il risultato prevale
sull’uomo, e la sua forza è solo funzionale al
risultato e non al significato, il risultato
diventa un elemento indispensabile all’identità
dell’uomo, il meccanismo del “come se” non
funziona più. Si entra in un gioco di pensiero
simile al pensiero operatorio, nel quale il
“gioco si perde”, il compagno di gara diventa
solo “avversario”, quindi minaccia e pericolo, e
tutto ciò rende lecito tutto per vincere. Si
entra così in un meccanismo che una volta si
chiamava alienante, che significa semplicemente
che l’uomo diviene oggetto, perdendo la sua
soggettività. In un mercato, ormai divenuto
globale, gli oggetti si comprano e si usano, e
valgono per quanto servono altrimenti si
gettano, è così che, in un paradosso tragico,
l’uomo divenuto oggetto e merce vive la minaccia
alla sua sopravvivenza, come se fosse vera,
senza accorgersi che è una costruzione, ed in
risposta a questa minaccia fantasma vive la sua
“sana competitività” alienandosi in un corpo
oggetto e macchina che richiede un doping,
perché la mente, semplificata, non lo contiene
più.
Credo che in questa atmosfera “culturale” che
non è più tipizzata come occidentale, ma solo
"globale", sia una cosa non solo opportuna ma
necessaria cercare con l’integrazione di quanto
di vero e di genuino l’oriente ci può dire,
recuperare quanto di genuinamente e non alienato
abbiamo della nostra accidentalità. Credo che
sia importante partire proprio dal ripensare “le
arti marziali” come discipline “veramente
sportive”, che siano un "gioco serio", un "come
se" chiaro e funzionale, che forma, integra e
mantiene la complessità della nostra personalità
e quindi come strumenti educativi idonei ed
efficaci nell’arco dell’età evolutiva.
Nelle sue dinamiche evolutive il bambino nasce,
si sviluppa e cresce in un campo relazionale ,
la sua personalità, la sua identità, la sua
sicurezza ed autostima sono costruzioni che si
attuano nel complesso dei rapporti che ha con
gli adulti significativi, prevalentemente
attraverso due sistemi relazionali che vanno
sotto il nome di identificazione- omologazione e
separazione-individuazione.
Sostanziali in questo processo sono due
complessi dinamici vitali e ricchi di grande
energia, il sistema all’autoaffermazione come
espressione della necessità alla sopravvivenza
ed il sistema degli attaccamenti legato alla
sicurezza di base da una parte ed al senso di
comunità dall’altra. Questi due elementi
appaiono essere fonte di conflitto e di
contraddizione perché un’autoaffermazione
esclusiva non va ben d’accordo col collaborare
che è sempre un condividere anche se tra pochi,
anche nel piccolo gruppo come è etologicamente
tipico dell’essere umano.
Il bambino si trova ad affrontare la realtà come
qualche cosa a cui contrapporsi e che gli si
contrappone, come qualche cosa che lo sfida
costantemente nel soddisfacimento dei suoi
desideri che sono elaborati sui suoi bisogni
concreti.
A cominciare dalle fasi prementali, istintive e
pulsionali sulle quali si basa il narcisismo
primario, il bambino si trova a provare il suo
senso di onnipotenza.
Si può facilmente affermare che ogni processo
educativo deve essere un aiuto a gestire nella
concretezza e nella critica della realtà questo
senso di onnipotenza, senza peraltro perderne il
valore “utopico” intendendo con valore utopico
il senso di sé, della propria identità, della
propria sicurezza che per essere reali devono
essere in un rapporto dialettico con la realtà
delle relazioni, delle possibilità e dei
progetti.
Su questa base si afferma che il rapporto tra
bambino e adulto ha da essere sempre un rapporto
complementare e asimmetrico, cioè un rapporto di
attivazione reciproca, ma caratterizzato dal
fatto che il potere psicologico deve essere
“naturalmente” gestito in modo consapevole
dall’adulto, potere che ha l’unico scopo di
rendere il bambino sempre più “adatto” a vivere,
ovviamente dando a questo termine il significato
di capacità evolutiva nella concretezza della
vita.
La psicologia infantile ha evidenziato che oltre
ad i bisogni di base ogni bambino ha dei bisogni
specifici ineliminabili che si pongono come
parametri entro i quali è necessario si collochi
anche ogni rapporto ed ogni intervento
educativo.
I bisogni specifici a cui mi riferisco sono
molteplici, mi interessa però qui riferirne
almeno tre perché particolarmente significativi
nella loro necessità formante, e perché tra
l’altro importanti nel definire la funzione
dell’educatore e dei processi educativi.
Il primo è il bisogno di identificare almeno un
adulto di cui fidarsi a cui affidarsi nei
processi di attaccamento.
Il secondo bisogno si concretizza nella
necessita di ricevere un’immagine di conferme di
sé, dagli adulti di cui ci si fida o comunque da
quelli significativi. Si capisce quindi come il
modo in cui si è “pensati” sia importate in
questo tipo di dinamica relazionale.
Un terzo bisogno è quello di relazionare con
“pari” con i quali poter condividere problemi,
temi, gioie e difficoltà e che si vivono
portatori di dinamiche simili e condivisibili.
Su questi basi si fonda la sicurezza, la
fiducia, la conferma di se ed il senso di
comunità che sono gli elementi essenziali per un
buon rapporto educativo, come ogni processo
educativo ha la necessità di muoversi dentro
questi parametri.
La competitività fa parte della natura umana,
anzi fa parte della “sostanza vivente” come
tale. La comunità e le relazioni interpersonali
sono un elemento antropologico essenziale è
necessario, e l’antropologia insegna che la
competitività positiva come affermazione,
riconoscimento della originalità e coerenza di
sé e non tanto come prevaricazione dell’altro è
costantemente ritualizzata per essere contenuta
e finalizzata allo sviluppo ed al corretto
funzionamento dell’individuo e del gruppo.
Un’altra considerazione importante deve essere
fatta per definire meglio il rapporto educativo.
Il rapporto tra bambini ed adulti si svolge
sempre in un campo difficilmente definibile,
apparentemente non visibile, ma pesantemente
esistente. È questo “campo relazionale” fondato
sul “pensiero”, da come l’adulto pensa il
bambino e conseguentemente come il bambino pensa
l’adulto. Questa “lettura del pensiero” porta al
fatto che l’adulto può essere percepito come
coerente o incoerente, prevedibile od
imprevedibile e questo è un elemento
fondamentale nella costruzione della sicurezza
di base e quindi sulla consistenza della propria
identità. Un bambino insicuro, prima di essere
timoroso e schivo, sarà sempre più portato ad
agire secondo i dettami dell’onnipotenza e ad
usare in modo esasperato la competitività che da
mezzo, da espressione di sé diventa stile di
vita alienato.
In questa relazione privilegiata il bambino
impara a conoscere il mondo e l’altro, ma anche
sé stesso, con i propri desideri e bisogni, ma
anche con la proprie potenzialità ed i propri
limiti naturali e personali, intendendo i limiti
come confini di realtà.
Potrà sembrare strano o incongruente parlare di
questi fatti, che sono naturali, fisiologici, in
un contesto in cui si parla di sport e quindi
necessariamente di competizione, e di sports che
si esprimono attraverso l’aggressività.
Parlando di “competizione” ci si collega
naturalmente al concetto di aggressività e nel
domandarsi che cosa è l'aggressività umana che
senso ha e che significato assume nelle
relazioni, bisogna fare una distinzione tra
“aggressività stato” ed “aggressività
possibilità”, cioè tra aggressività come
strumento ed aggressività come modo di essere.
Fa parte di un'annosa discussione se
l'aggressività umana sia prevalentemente innata
o prevalentemente acquisita. Come per tutte le
cose dell'uomo, la realtà sta in tutte e due le
affermazioni, è indubbio che l'aggressività ha
una base legata all'istintività pulsionale,
com'è anche indubitabile che non solo le
espressioni dell'aggressività hanno un
significato ed una funzione relazionale
importantissima, a volte necessaria. In ciò sta
anche il fatto che i motivi di esprimere
l'aggressività nelle relazioni si generano e si
costruiscono come reazione a vissuti relazionali
particolari che investono sempre la sicurezza,
l'insicurezza, i vissuti di minaccia in rapporto
all'integrità ed al significato dell'identità
personale.
Recentemente l'etologia in generale e l'etologia
umana in particolare ha portato dei contributi
sostanziali allo studio dell'aggressività umana.
L'etologia riconosce oltre ad una base
pulsionale un'espressività intenzionale
all'aggressività, ciò significa che l'uomo può
prendere coscienza della sua aggressività, sia
essa spontanea o programmata ed evolutiva.
Sempre sul piano dell'etologia l'aggressività è
legata al gioco tra pulsione ed inibizione che è
espressione di sistemi comportamentali di
autoregolazione che sono fortemente influenzati,
regolati e modulati dalla cultura e quindi
dall’educazione. L'espressione poi
dell'aggressività segue sempre una sequenza
espressivo-comportamentale che va "dalla voce
alla mano ".
Il concetto legato al gioco tra pulsione ed
inibizione corrisponde, almeno in parte al
concetto di dualismo pulsionale di Freud, in
quanto l'aggressività è l'esasperazione
energetica delle stesse forze appetitive che
informano l'attrazione e la relazione da eros.
Per la psicanalisi l'aggressività originaria
legata ad impulsi distruttivi si arresta e si
inibisce funzionalmente, ritornando sul soggetto
e strutturando fantasmi di aggressività che
investono l'io in un gioco complesso
sadomasochistico.
Questo concetto porta ”in clinica” dell’età
evolutiva a distinguere tra "autoaggressività"
ed "eteroaggresività".
L'eteroaggressività infantile porta a diverse
espressioni comportamentali fra i quali due sono
particolarmente importanti.
-Il bambino che diventa un "aguzzino familiare",
che relaziona esclusivamente attraverso
meccanismi aggressivi diretti ed indiretti che
trovano la connivenza e la collaborazione dei
familiari. È questo un modello di adattamento
che facilmente il bambino “esporta” nelle
relazioni esterne.
-Intolleranza alla frustrazione. L'intolleranza
alla frustrazione origina spesso da un deficit
educativo che non sorregge la sicurezza e non da
senso alla inibizione come strumento di
integrazione della personalità.
L'autoaggressività ha prevalentemente
manifestazioni di patologia anche estrema, che
vanno dal masochismo psicologico
all'automutilazioni ed al suicidio.
L'aggressività infantile che rientra nella
fisiologia, specialmente nelle prime età di
vita, ha delle connotazioni e caratteristiche
psicologiche ed etologiche. Ad esempio sono
facilmente leggibili dinamiche comportamentali e
relazionali che evidenziano la difesa del
territorio e dello spazio personale, il possesso
di beni ritenuti essenziali, il mantenimento
dell'identità personale nella coerenza del
piccolo gruppo ecc. Indipendentemente da tutto
ciò l'aggressività infantile, come è stato già
detto è legata al sistema psicologico emozionale
di sicurezza/insicurezza, che evolve e si
esprime attraverso modalità che si sviluppano e
si apprendono nelle relazioni primarie e
significative. Tutto ciò significa che sia
l'espressione dell'aggressività nei bambini sia
la possibilità di integrarla in un comportamento
efficace e sostenibile sono in rapporto diretto
alla relazione "educativa" che i bambini hanno
con gli adulti significativi.
Per quello che è stato in precedenza detto,
credo però che proprio nelle “arti marziali” di
origine orientale possa essere contenuta uno
strumento utile a educare anche attraverso
l’aggressività e la competizione, e sarebbe
facile dire che ciò si può fare regolando e
limitando, componendo e funzionalizzando. Ma
tutto ciò può divenire possibile se si sfruttano
almeno concetti che fanno parte della cultura
orientale e che possiamo assimilare, capire ed
integrare; il primo ed il più difficile è quello
della inconsistenza e della impermanenza dell’io
della sua onnipotenza, l’altro è che ogni atto
fisico è collegato ad una catena di eventi anche
mentali che spesso passano inosservato, l’altro
è quello della prevalenza della consapevolezza
sul fare e sull’agire. Se si riuscisse ad
entrare in questo spirito, che sarebbe di enorme
arricchimento della nostra “occidentalità”
insegnare ed esercitare le “arti marziali” può
diventare una palestra di vita e non solo una
palestra di lotta.
Il fatto comune, ma questo vale per tutti gli
sports, che è da considerarsi dannoso e grave, è
quando si usano come efficace metodo educativo,
strumenti che l’alienazione fonda
prevalentemente sulla competitività resa
fantasma, scissa dalle leggi del convivere
sociale, violando il bisogno di “comunità” di
cui il bambino è portatore, costringendolo così
ad arroccarsi a difesa di un “io insicuro”, che
è frutto dello scarso rispetto di sé che trova
nel mondo degli adulti. Tutto ciò fondato su un
modo di pensare che realizza una “mentalità del
mercato” anche quando questo non c’è, che ha
invaso e caratterizza il mondo degli adulti,
prima ancora di invadere pesantemente il mondo
dei bambini.
Ma questo è forse un altro discorso, o meglio è
l’inizio di un altro discorso.
(Dott.
Mario Santini) |
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